Il bambino che leggeva le nuvole

C’è chi le conta e chi le disegna. C’è chi le guarda e impreca e chi invece le ignora. C’è chi ci si perde e non ritrova più la strada verso terra. E chi se le mangerebbe o almeno ci salterebbe sopra (questo lo dice Emma, ma lei non conta, ha solo 3 anni!). C’è chi la prima cosa che fa al mattino è alzare la testa a guardarle e chi invece va a dormire senza averla mai sollevata. C’è chi fa questo e altro e chi non fa niente. E c’è chi le legge e basta.

Per Guglielmo le nuvole sono ambasciate dal cielo. E non possono essere ignorate. Lui, dentro, ci legge il mondo. Pertanto ne tiene un registro accurato continuamente aggiornato.

Data e ora della prima apparizione, o almeno del primo avvistamento.

Durata della permanenza in cielo (almeno fino a quando è possibile l’osservazione previa incombenze esterne).

Colore e particolarità.

Forma attribuita (suscettibile di mutazioni).

Possibile significato del messaggio intrinseco.

Eccone un esempio.

5 Marzo 2010.

Primo avvistamento: ore 15:50.

Permanenza: breve (vento e interruzione verso le ore 16:00 dovuta a cause di forza maggiore = fame = merenda).

Colore pannoso e pieno.

Forma mutevole già avvistata più volte, pare avere le sembianze di una nave.

Significato: nave = mare = il mondo sta viaggiando a grande velocità (o semplicemente ho voglia di andare in vacanza).

Ed eccone un altro:

11 Novembre 2009.

Primo avvistamento: ore 18:37.

Permanenza: 2 ore (dopodiché sono andato a dormire ma ho sentito il temporale).

Colore: non omogeneo, grigio scuro sul lato destro, più chiaro sulla parte sinistra.

Forma: grossa nuvola tipicamente temporalesca, ricorda la testa di un cane.

Possibile significato: cane = migliore amico dell’uomo + temporale = oggi ho litigato con Davide, ma anche se c’è stata tempesta tra noi l’amicizia rimane salda.

E così via. Guglielmo proprio non li capiva quelli che alle nuvole non gli degnavano neanche uno sguardo. A lui il solo osservare il cielo dava un senso di vertigine, quasi come se lo sguardo si allargasse, ne assorbisse il colore e si riposasse a terra più ampio e più leggero. Quando tornava a casa dopo ore disteso nel parco ad osservare il cielo la mamma non gli chiedeva nulla, gli tuffava il naso tra le ciocche ondulate, affondando proprio lì tra capelli e collo. Diceva che le piaceva sentire il suo odore, diceva che sapeva di erba, cemento, terra e sudore. Lui veramente non se lo sentiva addosso, ma lei diceva che le ricordava la sua infanzia. Fatta di cortile, sole cocente, urla e ginocchia sbucciate. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia.

Guglielmo preferiva star da solo. A lui bastavano le sue nuvole e il suo taccuino. Quei cieli d’estate, di un azzurro omogeneo e illibato a lui non interessavano. In quei giorni non usciva neanche di casa. Cieli così, si diceva, fanno spavento.

Eppure c’era una nuvola, una forma che proprio non riusciva a decifrare. E che lo perseguitava. Di tanto in tanto riappariva, sempre la stessa forma, indescrivibile, anche se il colore a seconda delle condizioni atmosferiche cambiava. Guglielmo c’aveva provato a confrontarla con le altre registrate sul suo quaderno, l’aveva pure disegnata e il suo disegno grossomodo appariva così.

Agli adulti non la voleva mostrare, poi avrebbe dovuto far vedere il suo taccuino, spiegare le sue teorie. E poi avrebbero cominciato a fare troppe domande. No, no, meglio di no. Meglio continuare a cercare da solo.

Aveva pure trovato, una volta che il papà aveva lasciato acceso il computer mentre telefonava, un sito di pazzi come lui che studiavano le nuvole. Aveva fatto scorrere le immagini, nuvola dopo nuvola, perturbazione dopo perturbazione, ma nessuna assomigliava alla sua. Ce ne erano di piccole ed immense, candide e cupe, gonfie come enormi sacchi di cotone, una attaccata all’altra come un prato coperto dalla neve, ma la sua no. Eppure un significato, un senso doveva pur averlo se continuava ad inseguirlo.

Piano piano la sua curiosità cominciò ad affievolirsi, il cielo e le sue nuvole continuavano a rimanere lì ma il taccuino consumato, sporco di terra ed intriso di fili d’erba finì in un cassetto, la passione di un tempo lasciava spazio ad altri interessi, il nuoto, qualche amico, lo studio, le ragazze…Non era forse così per tutti?

Era sera tarda, notte, in un cab, quando Guglielmo si scoprì improvvisamente a fissare consapevolmente il cielo. Era a Londra per un master già da qualche mese, biologia. Ormai cominciava ad averne abbastanza delle uscite fino alle 6 del mattino, delle ubriacature, degli sballi, le nottate in discoteca, del sesso approssimativo. In lui cominciava a farsi largo un buco grigio e languido di malinconia. Non si sentiva di amare quel paese. Non sopportava più quel tempo, quella pioggia, la mancanza del sole, i pomodori di plastica, cari come pomi d’oro, la nostalgia per una lingua famigliare e calda, l’estraniante sensazione di poter camminare in pigiama per le strade senza poter risvegliare alcun interesse. Eppure.

Quella sera, sarà stata l’astinenza da vino e sesso (“Le droghe non provarle mai, piuttosto fuma marjuana e bevi, ma promettimi: mai né coca, né pasticche o funghi!“ gli aveva detto il padre qualche anno prima, e a questo continuava a tener fede!) lo sguardo dal bicchiere o dalle tette di turno si era di nuovo alzato, dopo tanto tempo.

E le rivide, riconoscendole, le nuvole. Vero che in Inghilterra le vedi forse più spesso che altrove, forse è per questo che stereotipicamente e superficialmente parlando la gente qui parla più che altro del tempo atmosferico, ma pur in questo, Guglielmo sembrava ricordare, non c’era assolutamente niente di triviale, se non il desiderio intenso e ancestrale dell’uomo di condividere con i suoi simili l’attesa e la lettura del proprio destino che altro non può che venire dal cielo.

Le nuvole stanno al cielo come noi alla terra. Di colore e di forma forse sì diverse ma, in fondo, non tanto differenti le une dalle altre. Effimere, passeggere, si rincorrono, danzano la loro danza, ma ecco che arriva il vento a farle sparire. Cittadini senz’armi dello stesso universo.

Ed eccola lì come un’apparizione, Guglielmo si sentiva più lucido che mai seppur fossero circa le due di notte. Chiese al tassista di farlo scendere, pagò e si diresse verso il parco vicino a casa sua, Kensington Gardens, senza staccare gli occhi dal cielo. Eccola lì, più chiara e immensa che mai. Conosceva quel punto del muro dove qualche mattone scomposto permetteva di arrampicarsi e scavalcare. Era luglio, la notte era mite e rischiarata dalla recente pioggia serale, l’aria meno afosa.

Una notte perfetta, mancava forse solo il mare. Ma non era questo che cercava, c’erano altre magie. Giardini segreti, lucciole, cespugli di rose selvatiche. Sentiva lontane risa e parole. Una parte del parco era stata aperta agli abitanti del quartiere, una manciata di famiglie che si riunivano per cenare e festeggiare insieme. Gli ultimi rimasti. Intravedeva luci di candele e lanterne. Fece attenzione a non farsi vedere, come un animale annusando l’aria pesta di profumo di fiori e umidità. Conosceva il sentiero a memoria, tra alberi millenari, prati illibati, lievi collinette. E a guidarlo come la stella del nord, la nuvola, la sua nuvola. Era arrivato. Riabbassò lo sguardo. Ed eccola. La statua di Peter Pan.

Ma che gli voleva dire, che cosa voleva comunicargli questo ammasso di aria e gas che era tornato a tormentarlo? Che lui fosse un bambino non cresciuto, che non sarebbe mai diventato grande? Tutto questo mistero, tutte questi interrogativi per poi arrivare a capire una verità tanto banale, tanto scontata e ritrita e dopotutto così lontana dalla realtà. Malgrado i bagordi degli ultimi mesi, lui ce la stava mettendo tutta a diventare adulto, aveva fatto una buona maturità, portato a termine un discreto bachelor, mai combinato qualcosa di disastroso, mai fatto disperare i suoi, sempre stato un ragazzo serio, fin da bambino. Ma sempre a chiedersi se stesse facendo la cosa giusta, se fosse sulla strada giusta. E allora? Ma cosa mi vuoi dire? L’urlo al cielo gli uscì quasi come un ruggito, con una sorprendente voce da uomo.

Niente, sembrò quasi rispondergli questo. Guglielmo si lasciò cadere a terra, era stanco, non solo per l’ora tarda. Si sdraiò sull’erba umida, le braccia incrociate a sorreggergli la testa. Come una volta. La nuvola ora gli appariva capovolta, rispetto all’usuale forma a cui era abituato. Si ritrovò con un leggero sorriso a rifare lo stesso gioco di un tempo…ora dell’avvistamento, colore, durata della permanenza, forma…i rigonfiamenti che aveva sempre visto in basso ora erano sopra, sembravano quasi capelli, la parte più lineare sotto…quel ciuffo, un naso grosso e quel mento leggermente sfuggente ora gli apparivano sulla destra…era lui. Sono io. Provò a sdraiarsi dall’altra parte per poter rivedere la nuvola come era abituato a vederla. A guardarla bene, sembrava quasi…l’Inghilterra.. Lui. L’Inghilterra. Lui.

Va tutto bene. Gugliemo si alzò veloce, ripercorse il sentiero fino a quel punto del muro. Scavalcò e torno a casa a piedi, lesto. Si addormentò senza sogni e senza domande. Non la rivide mai più.

Elle

L’aveva lasciata fuori. Come gli ospiti indesiderati, le aveva sbattuto la porta in faccia. O forse, meglio, l’aveva chiusa dentro una scatola e buttata a mare, come le ceneri di un morto. Basta con la poesia, si era detta. Non serve a niente, mi fa solo perdere tempo. E basta con la musica che aveva delicatamente stemperato le ore più tediose, basta con le storie d’altri nei libri che la facevano viaggiare in una vita diversa. Niente più vino a scaldarle la testa e a sciogliere i pensieri. Niente più sport, corse bambinesche a perdifiato e bracciate eroiche in mari di vasche. Niente più danze scalze e urlate al cielo. Non c’era tempo.

Così, si diceva, sono più efficiente. Aveva una fretta nel fare, un’impellenza nel vivere, come quella che si ritrova spesso nelle persone del nord.

Ma quando qualcosa la trovava indifesa, ignara, e la coglieva così codardamente e inaspettatamente allora sì, si raddolciva tutta e aveva un modo di piegare la testa da una parte, di solito la destra, alzando leggermente le spalle, e di sorridere di sorriso lento, quasi impercettibile…solo così, un paio di secondi, senza farsi vedere. Come un amplesso consumato in silenzio e in fretta, la colpiva, la riempiva, la faceva esplodere e divampava dentro arrivando fino alla punta delle dita. Che le faceva sentire che in fondo la vita era facile da vivere. Bastava lasciarsi invadere da tutto, senza opporre resistenza per poi passarlo ad altri.

Momenti così le lasciavano un certo stupore addosso. Una foto, la scena di un film, una melodia, una risata da far male, la paralizzavano. Non è che ci volesse poi tanto. La vita può, a volte, essere così deliziosamente meschina. E le sembrava di ricordare… Ma se lo scrollava in fretta e ogni volta se lo dimenticava reimmergendosi nel suo laconico disincanto.

Ogni giorno se ne dimenticava. Soprattutto della musica, che in fondo è così facile. Sarebbe bastato accendere la radio, scegliere una delle canzoni della playlist del cellulare, sfiorare le corde impolverate della chitarra appoggiata nell’angolo del soggiorno. O persino canticchiare. Ma basta, la colonna sonora era finita. Quella che l’aveva fatta sentire un’eroina nelle sue avventure adolescenziali. Quella che aveva accompagnato lei e i suoi amici. Ora ognuno era per sé.

E ora le sarebbe piaciuto andare via, da qualche parte. Dove non sapeva, forse a Laigueglia. Non ci era mai stata, ma quel nome, quella parola le era sempre piaciuta. Le dava un sapore in bocca, con tutte quelle elle e quelle gi che le richiamavano altre parole, lingua, laguna, alghe, languore e le riempivano la bocca di acqua e di sale. Aveva sempre fatto così, aveva preso un vocabolario e aveva fatto scorrere veloci le pagine, cercando parole che la incuriosissero. Le ripeteva ad alta voce o se c’era qualcuno le sussurrava soltanto, ma dava loro fiato, le riempiva d’aria, le faceva passare tra i denti, rotolare sulla lingua e le buttava fuori.

Un mattino il treno lo prese. Non presto, aspettò che a casa non ci fosse più nessuno. Nello scompartimento prese posto vicino al finestrino. Si guardava intorno fugace, intimidita, colpevole, come se fosse una criminale in fuga. Perché qualcosa di riprovevole e inaccettabile lei lo stava facendo. Ma più che altro guardava fuori. Quando il treno mirò giù, prima di girare a destra, il sole la colpì e la invase, come sempre, all’improvviso. Si tirò indietro, quasi impaurita, ma poi non poté che disfarsi, lasciandosi avvolgere da tutto quel dorato tepore. Le alte coste davanti a lei sormontavano pericolosamente una distesa di zaffiro che era tutto un brillio. Quelle davvero non se le aspettava. E le sembrava di caderci dentro. Le pareva quasi di sentire le grida dei bambini, famiglie di turisti fuori stagione, sicuramente tedeschi, che facevano il bagno in quel mezzogiorno di novembre appena accennato. Li sentiva ridere e poi scomparire velocemente, dietro il treno in fuga.

Scese alla stazioncina. Camminò attraverso il centro storico, era pomeriggio, donne passeggiavano con le carrozzine o stringendosi al braccio delle amiche. Ragazzini chiacchieravano in gruppo. I negozianti urlavano da una parte all’altra dei budelli. Spesa da fare, vetrine da ammirare, gente da incontrare. C’era in quel vociare una leggerezza palpabile. Come se l’aria fosse di un’altra consistenza, intrisa com’era dalla luce del sole. Si dovette trattenere per non alzare una mano e toccarla.

Lì era sempre vacanza. Un filtro di luce tra l’occhio e il mondo. Il vocio e il rumore la circondavano e la trasportavano con sé. Cercava scorci di cielo ad ogni angolo in quel labirinto di mattoni e ogni volta l’azzurro le schiariva l’anima. Comprò un succo di frutta e un pezzo di focaccia.

Si lasciò trascinare inerme, quasi inebetita da tutta quella vitalità e senza quasi rendersene conto si trovò in spiaggia. Non c’era quasi nessuno. Il sole stava già toccando le sue ultime tinte. Tramonti così di un rosso tanto intenso da ferire se ne vedono solo qui. L’aria diventava più frizzante, ma i sassi erano ancora caldi, e lo sarebbero rimasti ancora per un po’.

Il suo sguardo si fissò lì, tra cielo e mare. Non poteva credere che non importa cosa stesse succedendo altrove, quel miracolo continuasse a rimanere lì. Come i suoi boschi immobili, coperti dal silenzio della neve. Chissà perché le vennero in mente le parole di quella canzone “Rossi abeti di Lombardia…”Quando la cantavano in coro, nei falò delle colonie, la facevano sentire meno estranea, meno sola. La bellezza risiedeva ovunque.

Mangiò e bevve con assoluta calma, lentamente. Le briciole rotolavano sulla sua camicetta e andavano a posarsi sull’innegabile protuberanza dell’addome. Ma non si fermava a cacciarle via con la mano. Una ciocca di capelli, biondi fini e drittissimi, le scivolò in avanti andandosi ad impigliare tra le labbra mentre dava l’ultimo morso alla focaccia. Si guardò intorno, non fissando più niente in particolare, forse solo l’aria. I suoi occhi, il naso e la bocca erano proporzionati ed erano lì dove dovevano essere, eppure nell’insieme davano una parvenza di opaca e sfuggente insignificanza, che ti faceva guardare oltre. Solo quando il suo viso veniva invaso da un sorriso allora tutto si accendeva, fermava gli sguardi, sembrava acquisire un suo senso, e potevi vederne il fondo. Allora sì che era bella, ma non tutti lo sapevano. Bisognava saper aspettare. Ma solo pochi se ne prendevano il tempo.

Divenne morbida nel mondo che stava facendo sera. Le altre persone, poche, si alzavano, staccavano lo sguardo quasi a fatica, si voltavano trasognate e ritornavano verso le loro case. Sulle facce rimaneva il calore, il rosso e l’azzurro.

Poi anche lei si alzò, sostenendosi con le braccia all’indietro e si incamminò verso la stazione, ora più veloce, senza farsi distrarre da niente.

Quando il treno arrivò alla stazione di casa era buio ma loro erano lì ad aspettarla. Non si dissero niente. Lei mise la manina piccola nella sua, lui le avvolse il braccio intorno alle spalle e con l’altra mano le sfiorò la pancia. Si guardarono. Va tutto bene. Ma qui fa più freddo e la giacca è rimasta sulla spiaggia. Camminarono verso casa, piano ed in silenzio. Persino la bambina sentiva l’assolutezza del momento.

A casa, la tiepidezza sciolse le loro parole. La bambina cercò nella tasca del suo cardigan qualcosa, come faceva nella giacca del papà quando tornava da un viaggio di lavoro. Vi trovò un sasso, era ancora caldo.

“Mamma…dove sei stata?”

“Vieni, prendi la chitarra, devo farti sentire una musica.”

Ines

Ines portava completi giacca pantalone rosa confetto, aveva una risata starnazzante e camminava sui tacchi a gambe leggermente larghe, pestando troppo forte i piedi per terra.

Se avessero potuto dedicarle un questionario l’aggettivo che l’avrebbe riassunta meglio sarebbe stato rumorosa.

Ines non era mai triste, né arrabbiata. Non si era mai tolta il suo accento bresciano e ogni tanto beveva grappa in grandi quantità incurante del fatto che le puzzasse inesorabilmente l’alito.

Ines entrava in ogni ufficio come se fosse il suo, chiamava tutti tesoro e dopo averti conosciuto da due ora ti mostrava la pancia che sì anche dopo tre gravidanze, voglio dire non è più quella di una volta, è un po’ flaccida ma sì dai può anche andare, o no?

Ines se ti chiamava e tu non c’eri o non potevi o non volevi, lasciava squillare il telefono interminabilmente, ben oltre la soglia della decenza, aggrappata alla cornetta assente e inebetita.

Imperscrutabile, impalpabile, inadatta.

Invadente, interessata, indesiderata, impropria, indefinibile. Stava tutto lì, nelle iniziali del suo nome.

Ines rideva, chiamava, chiedeva, tutto ad un volume più alto dell’usuale.

Ines era bella di una giovinezza sfacciata e passata, trascurata ed imbruttita più che da una vecchiaia che incombeva, piuttosto dalle menzogne che se non le avevano segnato l’anima si erano rivendicate su viso e collo.

Ines era lì dove non doveva essere e, se c’era, c’era pure arrivata in modo sbagliato.

Ines aveva tre figli che viziava, un marito che ogni tanto tradiva e da cui ogni tanto era tradita, una ragazza alla pari peruviana che alternatamente schiavizzava e adorava e a cui raccontava tutti i particolari intimi della sua vita.

Ines arrivava al lavoro tardi e se ne andava presto. Ammaliava i clienti in infiniti buffet e brindisi nel suo ufficio, si appropriava di tutti i regali e benefit a disposizione, si infiltrava in ogni meeting, in ogni convention, in ogni viaggio, assecondante e collegiale con i superiori, clemente e paternalista con i suoi sottoposti di cui si appropriava il merito del lavoro svolto e a cui sorridendo affidava lavoro aggiuntivo, senza che essi in un primo momento se ne rendessero conto.

Ines incontrava le vecchie amiche del paese una volta alla settimana nel suo appartamento di lusso e prima di andare a dormire si faceva ancora un bicchierino.

Ines aveva una faccia tonda, capelli biondo paglia mèchati, occhi chiari e una bocca gonfia ma non di botox.

Ines è l’unica persona che mi ha sorriso il giorno che sono arrivata e che mi ha abbracciata il giorno in cui me ne sono andata.

Ines aveva un tumore dentro che non seppe mai di avere, troppo presa a vivere la vita, una vita che era come lei, fragorosa, seducente, misera.

Insensata, incurante, ineffabile.

È come volare

Mi avvolge, mi riempie, c’è solo lei, dappertutto.

Ne sento la consistenza vellutata, scivolarmi tra le dita, accarezzarmi le gambe, premermi addosso, a tratti gentile, a tratti opprimente. Si è intrufolata in ogni piega, in ogni orifizio, in ogni cellula, in ogni pensiero.

E silenzio, solo il mio respiro fa rumore dentro, assieme al battito del cuore, il pulsare del sangue. E forse, lontano, risa.

Tutto si è fermato, solo io sto cadendo impercettibilmente, al rallentatore.

Di aria, ancora ce n’è.

“È come volare”. Me lo ha ripetuto un’infinità di volte, il pensarlo mi dà quasi la nausea. “È come volare”. Come se questo potessi aiutarmi. A me poi, che non ho mai volato.

Solo il mio cervello guadagna istanti, si prende centimetri di tempo e spazio.

Qui sono ospite ignorato, come un umano nell’acqua. Microbo irrilevante in un’infinità liquida. Frammento perso in un torpore azzurro, istante immobile in un letargo impalpabile.

Cerco di guardarmi dal di là del vetro. Un corpicino morbido e abbronzato, acerbo, ancora androgino, di quasi 6 anni. I capelli castani mi stanno crescendo e arricciando ma a parte questo niente mi distingue da mio fratello, forse solo un po’ di pancia, lui è sempre stato il magro dei due.

Da qui non vedo che turchese, celeste, cobalto, trasparenze ondulanti dai contorni appannati. Sullo sfondo riesco a scorgere a malapena geometrie irregolari danzare sulla sabbia.

Sento i capelli oscillare lentamente intorno a me come i tentacoli filiformi di una medusa.

Sto provando a tirar su con il naso, se non per guadagnar aria, per sentire che odore c’è. Ma ciò che mi torna indietro non è altro che odore di plastica, e sentori miei.

Vorrei ballare una di quelle mie danze silenziose che fino a poco fa facevo a riva, quando i piedi rimbalzavano leggeri e senza fare rumore sui sassi levigati della Liguria. Ma so che ora i gesti mi riuscirebbero sgraziati, sospesi. Ogni minimo movimento mi costerebbe sforzo, e tempo, incontrerebbe resistenza, plasmerebbe un minuscolo spazio vuoto.

E così non mi muovo. Sto precipitando a rilento, in un incurante vortice attutito e incolore. Sono sasso, sono pezzo di vetro, sono sacchetto che prima si gonfierà e poi affonderà.

Il mio collo sta diventando sottile, a poco a poco. Mi sento strozzare.

Mi ha buttato dentro. L’ha fatto di nuovo. Dalla boa seguirà il mio andare a fondo con il suo ghigno impudente. Poi guarderà verso riva. Magari alzerà pure il braccio per salutare la mamma seduta su una sdraio a parlare con la vicina. Lei probabilmente sorriderà (lui questo non lo vedrà), gli risponderà con un gesto della mano appena accennato, non noterà la mia assenza e continuerà incurante a chiacchierare. Penserà che mi sarò nascosta dietro alla boa, che stia giocando con gli altri bambini, prudentemente attaccata alla corda, o forse non penserà niente.

Mio padre starà tornando dal parcheggio con la borsa frigo, tremolante come un miraggio di mezzogiorno. Il signor Mombelli sonnecchierà sul suo lettino, tre ombrelloni più avanti del nostro mentre la moglie farà le parole crociate. Giulio e Cristina si staranno annoiando all’ombra facendo torri di sassi perché avendo già mangiato non potranno fare il bagno prima delle due. Paolo sarà sicuramente seduto a un tavolino del bar a fare i compiti delle vacanze. Qualche tavolo più in là i 4 soliti pensionati giocheranno a carte sotto la veranda. Dagli altoparlanti uscirà una nuova canzone di Radio DeeJay interrotta dai richiami dei bagnini, e in tutto questo Modu il senegalese starà dando una sistematina ai fichi d’india e alle agavi che decorano le aiuole dell’ingresso.

“È come volare.”

Il cielo sta al mare come il mare sta al cielo. Non so più cosa sia sopra e cosa sia sotto.

Ma la luce del sole è più bella se vista da qui.

Il mio piede destro dà una scossa improvvisa, come se non fosse parte di me, del mio corpo. Un calcio, poi anche l’altro lo segue. Le mie braccia si spiegano, si alzano e si allargano con una forza arcana, che non ricordo. E lascio tutto dietro di me.

Sono pesce, sono alga, sono uccello.

Lava

Ogni giorno Lea risale la collina, ogni giorno Lea lascia l’esile lingua di terra che l’uomo è riuscito a portare via al mare e alla montagna e che lei chiama “casa” per sfidare la legge di gravità e raggiungere l’albergo ristorante dei suoi.

“Non sarebbe più comodo se tornassi ad abitare qui da noi? Oppure ti prendessi, che ne so, un bilocale in una delle case del paese?” le hanno chiesto più di una volta i genitori. Ma a lei va bene così. Sono solo 23 km, ma a volte, o spesso, ci mette quasi un’ora per arrivarci. Magari c’è stata una frana lungo il percorso, la roccia ha ceduto, o d’estate è scoppiato un incendio, mentre d’inverno cade persino qualche fiocco di neve. Di code però non ne trova mai. La gente scende, si sa, verso il mare. Lì c’è il lavoro, lì ci sono le spiagge, i locali. Lì ci si diverte, si socializza, si incontra, si fa.

Ma a Lea piace quel viaggio a ritroso, contro corrente. E poi c’è il suo lavoro nella pasticceria, part-time, che svolge la mattina giù sul lungomare, così nel pomeriggio può continuare a dare una mano ai suoi. E allora ogni giorno, dopo la pausa pranzo e dopo essersi stesa sul letto per venti minuti, vestita e con gli occhi aperti, lo sguardo rivolto al cielo oltre la finestra, verso le tre e mezza parte con la sua vecchia panda bordeaux, direzione entroterra. Lassù c’è sempre qualche grado in meno. Un vero sollievo d’estate, mentre nelle altre stagioni devi metterti un maglione, una giacca, a volte anche la giacca a vento.

Aiuta un po’ la madre in cucina, i camerieri a preparare i tavoli, dà un’occhiata alle prenotazioni, fa il giro delle stanze appena lasciate dagli unici clienti stranieri che scelgono di alloggiare lì.

Poi arriva la sera, il ristorante si riempie, d’estate anche i tavoli fuori sono tutti occupati. I turisti italiani allora sì, si prendono la briga di fare un po’ di strada per andare a visitare qualche paesino dell’entroterra, così pittoresco dicono. Poi questo ristorante compare pure sulle Osterie d’Italia! Li vedi arrivare vestiti di bianco, abbronzati, impreparati al fresco e polveroso cortile che è lì ad aspettarli. Eppure si siedono fuori, perché fa chic, tremano e si sporcano, ma prendono posto sotto il pergolato di glicine e vite che si affaccia su un paesaggio ubertoso e selvatico, sulle colline boscose verde scuro da cui vedi spuntare grigi campanili qua e là, come se un gigante avesse cercato invano di nasconderli nella fitta vegetazione. Per un gioco di colline, curve e altezze il mare non si vede neanche. Si scorgono invece i sentieri di terra secca al limitare dei boschi che Lea da piccola si arrischiava a lasciare in cerca di gechi, lucertole e scorpioni e dove aveva imparato che sapore ha il sangue mischiato alla terra e ai sassi quando si succhiava le ferite che si procurava correndo per tornare a casa, che era già tardi.

Lea, morbida di forme e lineamenti, ma dentro dura. Il contrario di un dolce ben riuscito. Una torta malriuscita, ecco. Come uno di quei dolcetti di cioccolato, “lava” pare si chiamino, che vanno di moda da un po’ di tempo. Una specie di muffin, con il cuore di cioccolato sciolto. Li vendono anche in pasticceria, e anche sua mamma li sa preparare. Ben cotto fuori e molle dentro, proprio il contrario di lei. Tutta quella morbidezza che inganna. “Sembra che ti sia scoppiata una bomba nei fianchi”, continua a ripeterle poco finemente il fratello, dai tempi dell’adolescenza. Sì, il suo busto è relativamente sottile, le braccia tornite, un ventre snello, un seno non troppo prosperoso. Ma i fianchi! Costretta dietro un bancone la mattina, Lea la sera la si vede ondeggiare il sedere tra i tavoli, non tanto per malizia, ma proprio perché non può evitarlo, con quelle forme che sembrano farle perdere l’equilibrio a ogni passo. Una vertigine armoniosa. Se la guardi in faccia ritrovi la stessa bruna morbidezza, ma gli occhi e la voce ti pugnalano non lasciandoti neanche il tempo di reagire per tanta inaspettata asprezza.

Lea la sera serve ai tavoli, affiancando i camerieri e il fratello, caposala, che con la sua inconfutabile ironia fa ridere i clienti. Quando ritornano vogliono farsi servire solo da lui. Ma a volte gli tocca Lea, a cui manca quella brillante leggerezza nel comunicare, le parole le escono direttamente da dentro, da quel suo baricentro di durezza. Non risparmia nessuno, la madre, il padre, i colleghi, gli ospiti. Solo il fratello si salva, per un’ inconfessabile senso di riverenza e forse di gratitudine che Lea si porta dietro dall’infanzia, essendo lui il maggiore dei due. L’aveva fatta ridere, divertire, aveva inventato giochi su giochi solo per vedere ammorbidire ancora di più il suo visetto tondo di bambina. Era stata tutta morbida un giorno, poi qualcosa era andato male, dentro qualcosa si era impietrito.

E con altrettanta durezza ora la sera risponde per l’ennesima volta, che no, qui di pesce non se ne cucina, esclusivamente piatti di terra, ma si è guardato un po’ intorno, dove lo vede Lei il mare? Spezzatino di cinghiale, va bene, due porzioni.

Poi più tardi, quando anche l’ultimo gruppo di amici se n’è andato, i pensionati francesi e le famiglie olandesi sono saliti alle loro stanze, i camerieri hanno passato lo straccio sui tavoli e scopato per terra e anche i suoi si sono ritirati, si concede ancora un paio di minuti appoggiata al cofano della macchina prima di rimettersi in strada. Ascolta i grilli e le rane, l’aria può essere gelida, anche ad agosto. Quei sentieri appaiono adesso come percorsi lunari. Ora tocca a lei. È sempre l’ultima ad andarsene, e anche quando si sente sfinita riprende la macchina per tornare a casa sua. Lungo il tragitto deve stare attenta, deve restare sveglia, a volte le attraversa la strada fulminea e atterrita una volpe, menomale che non le è mai capitato un cinghiale. Abbassa un po’ il finestrino, si fa avvolgere dalle colline scure, i lampioni sono praticamente assenti. Quassù il respiro sembra più ampio, sembra prendersi più spazio nell’aria. Lascia scivolare i pensieri che seguono dondolanti le curve della strada buia. Potrebbe quasi chiudere gli occhi, sa esattamente dove deve virare a destra o a sinistra. Normalmente la sua è l’unica automobile sull’asfalto, ogni tanto le capita di incontrare qualche turista che si è attardato e allora, grata, le tocca rallentare ma non deve neanche sforzarsi di essere paziente con chi, non conoscendo la strada, teme la notte e i tornanti. Non gli fa i fari, né tanto meno suona il clacson. Rallenta e mantiene la distanza di sicurezza. È solo in questi momenti che ogni tanto Lea si chiede perché lo fa. Cerca la risposta che dovrebbe dare ai suoi genitori o chi per loro le domanda perché ogni giorno si spara quel viaggio avanti e indietro, perché la mattina lavora dietro un banco e di nascosto si strafoga di pasticcini quando ha avuto un diverbio con una delle pensionate che viene a svernare da queste parti e lei, ancora una volta, non è riuscita ad addolcire la sua lingua aguzza. Si domanda perché sopporta tutto il vociare e il rumore della costa, che nei mesi estivi si amplifica e si riscalda mentre la sera si fa prendere per il culo da suo fratello, riprendere da suo padre perché l’ha sentita nuovamente rispondere male ad un cliente, e da sua madre che le dice che dovrebbe dimagrire e sposarsi. Si sforza di trovare una risposta attendibile e razionale, una di quelle che genera immediatamente consensi e comprensione, interrogandosi su tutto e su niente e cercando il ripieno di cioccolato che le si è bruciato dentro.

Ma il più delle volte, non si chiede niente, non accende nemmeno la radio, bastano i suoni della collina ad accompagnarla, ricorda i momenti in cui sedeva con il fratello sui sedili posteriori di ritorno da qualche gita con i genitori, magari dal mare. Si lasciava andare con la testa sul finestrino, si sentiva stanca e al sicuro, poteva guardare fuori, distinguere nella roccia i resti di qualche acquedotto romano, ascoltare il rumore del ruscello dove oggi vengono dai paesi nordici per fare torrentismo e nelle cui pozze gelate da bambini facevano il bagno, quando i genitori non avevano voglia di scendere in spiaggia. Le colline sono nere come allora, si confondono con le nuvole che sanno di temporale. Allora le domande le si sciolgono dentro. A volte, forse, per quei 30 minuti, che più spesso diventano 45 o persino 60, vale la pena di vivere ogni giorno, su per giù, 23 ore e mezzo.

Saliscendi

A Giò

“Conosci Nina?“

“Chi?“

“Ma sì dai, quella dell’ultimo piano, che lavora in banca…”

“La montanara?”

“Sì, lei, si è licenziata, torna a vivere sui monti.

Le sento sghignazzare sul pianerottolo del secondo piano. Io sono già al terzo, sto salendo le scale con Noè, il mio terranova. A casa ci aspettano gli altri scampati della nostra arca, due gatti, un coniglio, e tre criceti.

Non è mia abitudine parlare con gli altri inquilini, pertanto continuo a salire. È vero, mi sono licenziata, ho scritto una lettera a mia madre. Non un’e-mail perché non le piace usare il computer, non so come faccia a gestire le prenotazioni della baita senza aver accesso a internet.

Mentre salgo le scale con la testa bassa e il passo umile e cadenzato, lo stesso che mio padre mi ha insegnato sui sentieri di montagna, osservo la manica destra del mio maglione rosso. Si sono sciolti i punti, stasera mi toccherà riprendere in mano i ferri per richiudere il buco.

Parto domani, in treno fino a Varallo Sesia, in bus fino a Rimella e poi a piedi fino a Pianello, una cascata di dieci baite e quindici anime sulle Alpi piemontesi. Ora per arrivarci ci si mette un’ora di cammino, al massimo un’ora e mezza. Ma quando eravamo piccole io e Pia ce ne volevano tre. E non servivano a niente le nostre lamentele, si camminava e basta, tirando le mucche, a volte l’asino mentre le capre correvano avanti, ci superavano a monte, sul lato sinistro. A destra lo strapiombo.

Solo ogni tanto mio padre, impietosito, con il suo viso scuro e rugoso e gli occhi grandi e gentili, ci portava a turno un po’ in spalletta. Mi ricordo la prima volta che vidi una vipera attraversare incurante il sentiero davanti a me. Quella volta mio padre dovette schiaffeggiarmi per farmi proseguire.

Ci andavamo ogni estate, per portare a pascolare le mucche. A settembre tornavamo a valle a Rimella, perché il sentiero era inagibile e noi dovevamo frequentare le scuole.

Poco tempo fa ho ritrovato una foto di quei tempi, io e Pia, due mocciose bionde con le gote rosse e i capelli infeltriti di chi non li pettina da giorni, a giocare tra lo sterco di vacca, il fango e il fieno davanti alla baita dei miei genitori, l’ultima e la più alta del paese. Guardo i visi di mio padre e mia madre, vecchi seppur giovani, ma sereni.

Pia essendo la più giovane è sempre stata più sfrontata di me, si divertiva a fare scherzi agli escursionisti che venivano ad assaggiare il latte appena munto delle nostre mucche. Ma in quella foto anch’io fisso l’obiettivo divertita, addirittura coraggiosa.

Ora mi guardo allo specchio, i miei capelli si sono scuriti e le mie guance hanno perso colore, ma il naso ingombrante e gli occhi impertinenti e un po’ ravvicinati sono sempre lì.

Come nella vita di ognuno c’è sempre un punto che spezza in due il filo più o meno lineare dei nostri giorni, c’è un punto che ferma il periodo e poi si va a capo. Un punto che fissa un prima e un dopo. Il mio prima è stata la montagna. Il mio dopo questo. E il punto è stata la morte di mio padre.

Continuo la mia salita. “Quando si sale non si parla” era la legge di mio padre. Quando scendevamo invece a settembre, quando le notti arrivano prima e cominciavano ad essere fredde, io e Pia ci buttavamo giù ridendo in una corsa pericolosa che ci avrebbe riportate a scuola. Giù a rotta di collo, rotolando insieme ai sassi, più veloci delle capre.

Anche io poi negli anni, una volta trasferitami a Vercelli, avevo cominciato ad andare in alta montagna d’inverno, avevo pure fatto un corso di sci e degli sport invernali avevo scelto lo snowboard perché forse tra tutti assomigliava di più a quelle rotolate bambinesche di fine estate.

“Chi ama la montagna non va a sciare” era un’altra sentenza di mio padre che in fondo a Rimella malediceva la neve perché lo teneva lontano per mesi dal suo alpe. Dopo la sua morte mia mamma non ce l’aveva fatta, aveva venduto la nostra baita, la più alta, quella che si staccava dalle altre, che dominava dalla cima di un’altura.

Ne aveva comprata un’altra, la prima che s’incontra appena finisce il sentiero e di più facile accesso per gli escursionisti che salivano al paese. E d’inverno continuava a scendere a Rimella perché in quei mesi nessuno si arrischiava a raggiungere le vette.

Ma ora a Pia, che si era appena laureata in gestione aziendale a Torino, era venuta l’idea di affittare la baita anche d’inverno a chi faceva sci alpinismo. “Non verrà nessuno. È troppo pericoloso. E rischioso. Rimarremo isolate per mesi. “ Avevo detto io.

“Mmmhh”. Aveva detto mia madre che con mio padre condivideva una scarna loquacità.

Ma poi avevo ritrovato quella foto.

Domani è il 10 settembre 2003, a Vercelli domani riaprono le scuole come in tanti altri paesi e città, come a Rimella. Domani al posto delle mucche, dell’asino e delle capre, riprenderò il sentiero con un terranova, due gatti, un coniglio e tre criceti. E con mia sorella che mi riempirà le orecchie di tutti i suoi progetti per ampliare la baita, attirare più clienti, aprire un bed&breakfast.

Ma io avrò una sola risposta da darle.

“Quando si sale non si parla”.

Marta e la primavera

Ogni anno l’arrivo della primavera coglieva Marta impreparata. A dire il vero, quest’anno era stato davvero anomalo. Il 21 marzo l’avevano superato già da un pezzo, aprile era agli sgoccioli ma le temperature non si decidevano a salire, e tirava un vento freddo. Il sole si faceva vedere poco. Insomma l’inverno si stava prepotentemente prolungando. Marta si sentiva ancor più spiazzata. Lo sapeva poi cosa sarebbe successo, tutto d’un colpo sarebbe arrivato il caldo e chi si è visto si è visto. Le piaceva riempirsi la bocca di quelle frasi fatte. Come non ci sono più le mezze stagioni, le stagioni non sono più quelle di una volta e via dicendo. Ma chi s’è visto s’è visto che c’entrava adesso? Visto chi poi? Ad ogni modo Marta era assolutamente in ritardo. Era indietro persino con le classiche pulizie di primavera. Per non parlare dei vestiti. I vestiti! Mentre il resto della piazza si sbizzarriva con tailleur color pastello, sfoggiava leggere camicette, sciarpine di cotone e scarpe aperte, lei si nascondeva ancora sotto dolcevita grigi, sciarponi e cappotti di lana. Non che il tempo atmosferico di adesso non lo richiedesse, però…e poi era bianca, doveva depilarsi le braccia (ma se non riusciva neanche a farsi le gambe!) e magari farsi anche la tinta. Ce l’avrebbe mai fatta?

Tutti gli anni la stessa storia. Proprio non ce la faceva ad organizzarsi in tempo. E poi marzo e aprile non erano i suoi mesi, malgrado fosse nata proprio di questi tempi. Quel risveglio lento della natura la destabilizzava. La luce arrivava per lei invece troppo all’improvviso. Il cambio dell’ora e quei pomeriggi forzatamente infiniti. Anelava maggio che l’avrebbe placata. Quello sì era un mese che le confaceva, che la faceva star bene, come settembre. Il profumo dell’erba tagliata di fresco, il calore del sole era più intenso, ma non troppo caldo, i colori dei fiori, degli alberi a maggio avevano perso quel delicato pallore che caratterizzava l’arrivo della primavera, erano più decisi, ma non così svergognatamente sfacciati e accecanti come quelli dell’estate.

Ma oggi di uscire Marta non ne aveva proprio voglia. Anche se lo sapeva, lo aveva anche letto da qualche parte, che in questi momenti stare all’aria aperta, accogliere la seppur timida luce del sole le avrebbe fatto bene.

Insomma cosa facesse la primavera con lei Marta proprio non l’avrebbe saputo spiegare. Ma era una infima squisita sofferenza. Anche i suoi ormoni facevano le bizze. La pelle stessa era più attenta, all’erta. Con i suoi 50 anni appena compiuti e decisamente non ben festeggiati – la classica cena tra amici in pizzeria, stavolta aveva pagato tutto lei ma le era rimasta addosso la stanca sensazione di non essersi celebrata abbastanza – Marta era una donna gentile e dimessa. Bassa di statura, arrivava a malapena al metro e 52, di corporatura minuta ma decisamente ammorbidita negli anni, un viso pieno a cui gli occhiali tondi donavano un aspetto ancora più bonario, e l’inconfondibile caschetto castano. Sposata a Mario, (Marta e Mario sai che noia!) di professione insegnante di italiano al liceo Puccini, anche lei ci aveva provato a insegnare alle elementari, dopotutto aveva fatto le magistrali, ma dopo la nascita del primo ed unico figlio, Paolo, aveva lasciato perdere, non sarebbe mai riuscita a stare dietro a tutto. Si trascinava la dolente impressione di non aver combinato nulla nella vita, a parte tirare su un figlio, gestire la casa, sostenere il marito. Al momento del licenziamento le era sembrata pure una scelta eroica, perché occuparsi di tutti quei bambini quando a casa ce ne era uno, il suo, che aveva più bisogno di lei?

A Marta, quando sorrideva, si formava una fossetta – una sola – nella guancia sinistra. Quando era agitata invece si rigirava le mani una dentro l’altra. Ma da tempo ormai – non riusciva a ricordare – non le era più successa né l’una né l’altra cosa. I suoi giorni si srotolavano grigio antracite come il cielo là fuori.

Adesso, effettivamente, qualcosa di diverso però era pur successo. Suo figlio, dignitoso impiegato di banca, si era pure fatto gay, perché sì, mica si può nascere così, e lei gli era pure stata dietro! E manco il piacere di diventare nonna le avevano concesso! Mario a proposito era molto magnanimo, accettava tollerante la sua tendenziosità, così la chiamava, e di diventare nonno, in fondo non gliene fregava niente. Gli mancavano 4 anni alla pensione e sinceramente ne aveva abbastanza di tutte quelle teste giovani, quell’eccesso di ormoni, quello schiamazzo quotidiano, mica era pazzo a tirarsene in casa un altro – o più – esemplari!

Ecco Marta era persa in questi pensieri quella mattina di fine aprile in cui si impose, giusto si impose, di cominciare a svuotare gli armadi e di fare quel benedetto cambio di stagione, così demodé le aveva detto la sua amica Silvia, ma lei mica ce li aveva così tanti armadi e quindi il cambio, freddo o no, demodé o no, doveva farlo!

Non si potevano neanche aprire le finestre come facevano vedere nelle rèclame perché fuori, tanto per cambiare, c’erano 6 gradi e il sole era sì là da qualche parte, ma nascosto dietro una coltre grigia.

Marta era di cattivissimo umore, aprì le ante dell’armadio della camera, sospirò bestemmiando mentalmente (ad alta voce mai!) quando suonò il citofono. Al piccolo appartamento della palazzina di via Dante stava suonando in quel preciso momento Ludovico, il “fidanzato“ di Paolo.

No, quello lì proprio no!E sono pure sola in casa!

“Buongiorno signora, sono Ludovico” – come se non si riconoscesse dalla voce affettata – “posso salire?“

“Buongiorno, certo, Le apro“. Marta continuava a dargli del Lei, come se solo questo servisse a tenerlo a distanza. A Marta era bastato poco per capire, dopo averlo conosciuto, che tra loro due, suo figlio giocava sicuramente la parte dell’uomo – almeno questo! E ora di tanto in tanto quello aveva preso a venirla a trovare, così senza preavviso, con il pretesto di essere da quelle parti. Pubblicitario in carriera in una rinomata agenzia della città si poteva permettere di assentarsi sulla via di una visita a qualche cliente.

“Buongiorno signora!” Con il suo solito entusiasmo Ludovico la baciò e l’abbracciò. Queste effusioni per Marta erano assolutamente spiacevoli, per di più da parte di un estraneo!

Non si poteva certo dire che fosse un brutto ragazzo, che spreco avrebbe detto Silvia, che era molto più disinibita di lei. Moro, capello corto e mosso, occhi grandi, così scuri da sembrare quasi neri, cozzavano con l’incarnato bianchissimo, lineamenti delicati, quasi infantili, un naso così ridicolosamente piccolo, labbra sottili, magrissimo e sempre elegante.

“La disturbo?”- “Ma va’, si figuri! Le faccio un caffè?”

“Grazie, oggi proprio non sto in piedi!”

Sedendosi al tavolino della piccola cucina, Ludovico notò dalla porta aperta le ante dell’armadio della camera spalancate. ”Signora, ma forse L’ho interrotta, mi spiace..” E fece per alzarsi. “Ma no, non si preoccupi, sa oggi mi tocca fare il cambio di stagione, va bene che fa ancora freddo ma non si sa mai e…”

“Il cambio di stagione? Ma signora io sono un maestro in queste cose, L’aiuto io!” Questa volta Ludovico si alzò senza esitazioni e si diresse lesto in camera da letto per poi voltarsi di colpo. “Sempre che non Le dispiaccia eh!”

“No no, anzi” disse quasi in un sospiro Marta lì in piedi rimpastandosi le mani nel tinello di casa sua. Era troppo tardi. Marta maledisse tutto, se stessa, gli armadi, Paolo, il tempo, suo marito, la primavera. Menomale che almeno aveva rifatto il letto. Si vergognò di quella camera modesta, il letto in legno noce, con comodini, cassettone e armadi, tutto correlato. Un solo quadro alla parete, un campo di grano in un giorno d’estate dai colori sbiaditi. Le pareti beige, il copriletto verdino. Chissà lui a che cosa era abituato, che appartamento alla moda aveva. E poi non era mai entrato nella sua camera da letto, a dire il vero nessun altro al di là di suo marito e di suo figlio.

Quando lo raggiunse, Ludovico si era tolto la giacca e rimboccato le maniche della camicia bianca. Con tutto quel pallore tra tessuto e pelle sembrava ancora più magro, gli occhi e i capelli risaltavano ancora di più. Un uomo deve sempre indossare una camicia bianca, devo dirlo anche a Mario, si trovò a pensare Marta, arrossendo un poco. Ludovico si mise subito al lavoro prelevando dai ripiani inferiori gli indumenti estivi avvolti nella velina. “E questi dove glieli metto, al posto di quest’altri?” le chiese ripiegando i maglioni, le gonne e i pantaloni di fustagno che lei aveva impilato sul letto, infilandoli nelle buste. “Si grazie”, disse intimidita Marta notando le mani dalle dita affusolate e gentili, dita da pianoforte, pensò, apprezzando la cura che quel ragazzo stava mettendo affondando le mani nei suoi vestiti. Mai nessun’altra persona al di là dei suoi famigliari aveva maneggiato i suoi indumenti. Ludovico lavorava veloce e preciso, prelevando, ripiegando, rinfilando, sistemando in cassetti e su ripiani. Concentrato e attento non parlavano neanche, Marta lo accompagnava, quasi lo assisteva, più lenta e quasi incerta benché si trattasse della sua roba.

Fino a quando, Marta si era distratta nelle sue considerazioni, Ludovico era arrivato al ripiano più basso, quello che lei non toccava da tempo, quello che custodiva i vestiti della sua gioventù.

“No, ma signora, ma questo è Suo?” Il suo tono entusiasta sembrò risvegliare entrambi dal silenzio di pochi secondi prima. Marta inorridì sentendo qualcosa di molto simile al panico salirle dentro.

“Oh sì, poca cosa, lo portavo a vent’anni, me l’ero dimenticato.”

“Ma è una meraviglia, signora, se lo deve assolutamente rimettere!”

“Ma no, no, è così vecchio poi, e poi non mi andrà più bene!”

“Vecchio? Ma è troppo vintage questo! E poi il giallo si usa troppo quest’anno!”

Marta cercò di non soffermarsi sulla parola “vintage” temendo quasi di perdere la battaglia se solo avesse esitato un momento di più. Ma non le servì a nulla, Ludovico le mise il vestito tra le mani e la spinse in bagno. “Lo deve troppo riprovare” – non c’era neanche tempo per riflettere su tutti quei “troppo”- “lo faccia per me, tanto non ci vede nessuno!” le disse maliziosamente, sorridendo e piegando il viso da una parte, facendo scintillare gli occhi e ammiccando, come un eroe dei fumetti, mancava solo il “tin” con la stellina.

Marta si ritrovò nel bagno di casa sua annaspando manco si trovasse in quello di un pluriomicida. Si guardò nello specchio sconcertata. “E mo’ che faccio?”

Intanto Ludovico di là aveva acceso la radio della cucina e canticchiava. Ma che fa’ mo’, mi organizza un festino? Gesù, dovevo proprio farlo oggi ‘sto cambio? Quando torna Mario mi sente, io che gli chiedo sempre di farlo nel fine settimana. Ma si scrive fine settimana o finesettimana tutto attaccato? Ecco perché non sono passata alle medie!

“Signora, tutto bene?”

Ma che si crede questo, non è mica il commesso di un negozio, e siamo a casa mia!

“Sì, sì, arrivo, mi sta un po’ stretto…”

Il vestito se lo stringeva ancora tra le mani, come un fazzoletto d’addio alla stazione. Non aveva nessun’altra possibilità, non poteva neanche saltare dalla finestra, ma non diciamo ridicolaggini e poi lei non era mai stata un’eroina.

Non le restava che spogliarsi di quella gonna grigia e del dolcevita bordò e infilarsi il tubino giallo limone che aveva celebrato le serate più belle dei suoi vent’anni.

Si stupì nel vedere che non sudava neanche nel provarlo, era del tutto impassibile, lenta, rassegnata come una condannata. Miracolosamente le salì senza che saltassero le cuciture, anche se sulla pancia, all’altezza della fascia che segnava la vita, le si formava il classico salsicciotto. Riuscì a vederlo alzandosi in punta di piedi perché lo specchio del bagno arrivava fino al petto. E fece in tempo a vedere che la pelle delle braccia che pallidamente spuntavano dalle maniche appena accennate le pendeva leggermente, ma che doveva fare? Il vestito tirava un po,’ ma insomma, per quello che le riusciva di vedere, nel complesso le stava ancora, e di più non poteva chiedere.

“Vuole una mano?”

“Ma figuriamoci!” si spaventò a rispondere Marta.

Girò la chiave – non si sa mai – e uscì.

“Wooow, signora Le sta benissimo!”

“Per favore, non mi prenda in giro!”

Ludovico non le badò e la trascinò davanti allo specchio lungo che ricopriva la parte interna di una delle ante dell’armadio.

“Vede? Sorrida.”

Marta non guardò se stessa, ma lui, il suo sorriso aperto, così sconcertatamene indifferente del resto, come quelli di Paolo da bambino, quelli di Mario quando erano fidanzati, come i suoi, quando?

Chiuse la porta dell’armadio senza staccargli gli occhi di dosso. Sentì la fossetta bucarle la guancia sinistra e arricciarla in un sorriso. “Che dici Ludovico, usciamo a prenderci ‘sto caffè?”